Mille splendidi soli

mille splendidi soliTriste.

Mai fu più semplice definire un libro.

Mai finora ho potuto classificare un romanzo con tanta sintetica precisione .

Com’è Mille splendidi soli di Khaled Hosseini ? Triste.

Tristezza da cima a fondo ed a nulla servono le poche pagine finali di redenzione e speranza (di lieto fine non si può parlare) per cancellare centinaia di pagine con un unico comune denominatore .

 Se cercate un libro per evadere dai vostri problemi non scegliete questo . Anche se triste non significa brutto, anzi, la capacità di narrazione di Hosseini è quella che abbiamo già conosciuto con il cacciatore di aquiloni e nell’ultimo E l’eco rispose . Ma ci vuole certamente una certa tranquillità d’animo per leggere questo libro senza essere presi dallo sconforto.

La triste vicenda non è la difficile situazione del popolo afghano, alle prese con continui cambi di governo, con una continuità di dittatura e violenza che è spiegabile solo con l’assoluta inermità della popolazione.

Uomini, donne e bambini fatti a pezzi, Kabul bombardata ora da quel signore della guerra, ora dal suo nemico successore, senza soluzione di continuità nell’oppressione della popolazione.

No, in questo scenario apocalittico, il romanzo racconta la vicenda di due donne, unite nel vincolo matrimoniale con un uomo che attua il dettame islamico godendone di tutti i vantaggi della sua posizione dominante.

La vita di Mariam inizia già nelle difficoltà, lei Harami, figlia illegittima fuori del matrimonio, esiliata con la madre fino a che la sua ingenua ribellione non la porterà in situazioni peggiori ed in sposa coatta a Rashid .

Laila invece è nata in uno dei rari momenti di tranquillità dell’Afghanistan, da genitori istruiti e moderni, sarà strappata ad una vita di studio e soddisfazioni da un cambio di potere, che ucciderà i suoi genitori e la spingerà orfana quindicenne a sposarsi con l’orco Rashid, che crede di circuirla con la sua falsa sollecitudine, quando è già in suo potere per il solo fatto di essere sola al mondo.

Scoppiano le bombe, si vedono fuori dalle finestre i bagliori della guerra nel pieno centro città, ma come rimanerne afflitti, quando la guerra è dentro le mura di casa ?

La vita è fatta di priorità e Mariam, Laila ed i suoi figli devono prima sopravvivere alla loro vita domestica per preoccuparsi troppo di quello che succede fuori.

— un paragrafo significativo —

Quella sera, Mariam era a letto quando li sentì di nuovo bisticciare. Era una calda notte estiva, tipica del mese di saratan a Kabul. Mariam aveva aperto la finestra, poi l’aveva richiusa, perché invece della brezza che avrebbe dovuto rinfrescare, entravano solo zanzare. Sentiva il calore salire dal terreno, attraversare le assi scheggiate del gabinetto in cortile, passare nei muri, entrare nella sua stanza.
Di solito, i bisticci si quietavano nel giro di qualche minuto, ma questa volta, dopo mezz’ora non solo non si erano esauriti, ma si erano fatti più violenti. Ora Mariam sentiva Rashid gridare. La voce della ragazza era incerta e stridula, appena udibile in mezzo alle urla di lui. La bambina incominciò a piangere.
Poi Mariam sentì la loro porta che veniva aperta con violenza. Il mattino dopo avrebbe trovato il bozzo rotondo lasciato dal pomello sul muro del corridoio. Era seduta a letto quando la sua porta si spalancò e Rashid entrò in camera.
Era in mutande e canottiera, e macchie giallastre di sudore gli si allargavano sotto le ascelle. Ai piedi calzava sandali infradito. Teneva in mano una cintura, quella di pelle che aveva comperato per la sua nikka con la ragazza e l’avvolgeva attorno al polso lasciando pendere l’estremità con la fibbia.
«È opera tua. Lo so bene» grugnì avvicinandosi a lei.
Mariam saltò giù dal letto indietreggiando di qualche passo. Istintivamente incrociò le braccia sul petto, dove di solito la raggiungevano i primi colpi.
«Cosa dici?» balbettò.
«Mi rifiuta. Sei tu che glielo hai insegnato.» Nel corso degli anni, Mariam aveva imparato a non lasciarsi ferire dal suo disprezzo, dai suoi rimproveri, dal sarcasmo e dalle sgridate. Ma non sapeva controllare il terrore delle percosse. Dopo tutti quegli anni, ancora tremava di paura quando lui le si parava davanti così, irridente, i lampi negli occhi iniettati di sangue, con la cintura di pelle che scricchiolava mentre la avvoltolava attorno al polso. Era la paura della capra gettata nella gabbia della tigre, quando la tigre prima alza pigramente gli occhi dalle zampe, poi incomincia a ruggire.
La ragazza ora li aveva raggiunti nella stanza; aveva gli occhi sbarrati e il viso contratto.
«Avrei dovuto capire che l’avresti corrotta» la investì con disprezzo Rashid.
Vibrò la cinghia sulla propria coscia per provarne la forza. Si sentì lo schiocco secco della fibbia.

 

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Mille splendidi soli ultima modifica: 2013-10-15T21:35:55+00:00 da admin-Salvatore
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